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Il bellissimo testo che segue prende spunto dall’incipit del romanzo di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”.
È stato scritto da Elisa Bacci, che frequenta la 2B Grafico

Amelia

Il profumo di rose riempiva lo studio del professor Vincent.
Ero seduto alla sua cattedra e sfogliavo le foto scattate la mattina stessa  al parco più bello della città, dove il verde acceso delle foglie primaverili dominava su qualsiasi altro colore, rendendo quelle foto ricche di vita e allegria.
Una in particolare aveva catturato la mia  attenzione: tra il verde e l’azzurro del cielo riflesso nel laghetto, un vestito,  color rosso fuoco, faceva capolino nell’immagine.
Era una donna, in piedi davanti al piccolo lago, che scrutava l’orizzonte, persa in quei colori vivaci.
Ricordavo  perfettamente il momento in cui la vidi: il colore del suo abito, che si sposava alla perfezione con il paesaggio, i  capelli scuri scompigliati dal vento, il corpo esile e il delicato colore della sua pelle.
In viso, due grandi occhi castani, contornati da ciglia lunghe e nere, le lentiggini sulle guance a donarle un’aria adorabile, il naso stretto e aggraziato, le labbra rosee e sottili, dei piccoli ciuffi della frangia a ricaderle sulla fronte.
Era bella, dannatamente affascinante, il viso dolce e la pelle chiara le donavano purezza, tanta da sembrare un angelo;  quel vestito rosso, un’audacia da sembrare un diavolo.
Spiazzava, quella donna, spiazzava anche me,  mai  ero stato tanto attratto  da una fanciulla come quella volta.
Scatto dopo scatto, immagine dopo immagine, trovai finalmente ciò che stavo cercando.
Era sfuocata, ma la vividezza dei ricordi mi consentiva di sapere esattamente cosa vi fosse ritratto.
Quella foto era stata scattata nell’esatto momento in cui la donna si girò verso di me e puntò i suoi grandi occhi da cerbiatto nei miei.
Furono istanti, ma mi parvero secoli.
Quegli occhi  trasmettevano miriadi di emozioni talmente contrastanti tra loro da rendere l’anima di quella fanciulla un mistero.
Avrei tanto voluto risolverlo, quel mistero, nell’istante in cui ella si avvicinò a me, con sguardo penetrante e ammaliante, pronunciando a voce bassa un nome: “Amelia”
Un nome che rimbombò nella mia testa a lungo, ancora mentre ero seduto a quella cattedra.
Amelia.

(A cura della prof. Mariaelena Morsiani)

 

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